Arrampicata

L’uomo ha da sempre utilizzato l’arrampicata, ma nella sua accezione moderna, nasce dall’alpinismo classico all’inizio del XX° secolo, ed anche se Inizialmente fu molto criticata, con il passare del tempo è diventata una pratica sportiva ampiamente diffusa e con risultati sempre più qualitativamente elevati, grazie all’ammodernamento dell’attrezzatura, delle tecniche e delle strutture per l’allenamento indoor.

Da una forma di istinto naturale non consapevole è facile passare ad una disciplina consapevole e codificata con regole meccaniche. Arrampicarsi è un istinto primordiale che muove l’uomo fin dalla sua infanzia e rappresenta uno degli schemi motori più potenti e radicati nella crescita di ogni ragazzo. Prima della deambulazione il bambino, subito dopo il gattonamento, applica i principi dell’arrampicata dovendosi tirare sulle gambe per sgravare il peso dalle braccia e per poter restare in piedi. Questo sport in particolare, sviluppa a livello individuale le abilità di tipo motorio e senso-motorio, fisiche e psicologiche lungo la verticalità delle pareti.
Si tratta di una disciplina complessa caratterizzata sia da un aspetto fisico motorio che da un’importante componente psicologica.
Il termine arrampicata sportiva oggi indica l’insieme delle discipline sportive discendenti dell’alpinismo nate a partire dagli anni settanta. Se l’alpinismo classico aveva (ed ha) come scopo quello di ascendere avventurosamente una montagna (per vie tracciate o nuove), l’arrampicata sportiva ha come scopo il puro divertimento o la competizione sportiva, anche lontano da ambienti montani, su vie dove le protezioni (come i chiodi) sono normalmente già presenti, ponendo enfasi sulle abilità ginniche.
L’arrampicata può essere distinta in:

Arrampicata libera
Arrampicata artificiale

Si distinguono diverse specialità di arrampicata in funzione dell’ambito in cui essa si svolge:

Su roccia: che si svolge risalendo pareti rocciose in ambiente naturale.
Su ghiaccio: che si svolge risalendo ghiacciai e/o cascate gelate.
Mista: caratterizzata dalla presenza di due o più tipologie di terreno da affrontare. Ad esempio, ghiaccio e roccia, ghiaccio e neve, roccia e terra.
Indoor: arrampicata in palestre attrezzate con pannelli artificiali.

Per arrampicata libera (o free climbing) si intende lo stile di arrampicata nel quale l’arrampicatore affronta la progressione con il solo utilizzo del corpo.
Questo non esclude a priori l’utilizzo di attrezzatura, come la corda, l’imbrago, il discensore, i moschettoni, i nuts, i friends e i rinvii, ma tale equipaggiamento è usato esclusivamente per l’assicurazione, ossia per limitare i danni in caso di caduta.
Forme di arrampicata senza assicurazione sono il bouldering e il free solo. Il bouldering viene denominato anche sassismo e viene effettuato su piccoli massi fino a 5-6 metri di altezza o indoor. Il free solo invece è uno sport estremo, compiuto da chi arrampica senza alcuna sicurezza ed è quindi sempre a rischio della propria vita. Questa disciplina viene spesso chiamata impropriamente “free climbing”.

Per l’arrampicata artificiale si utilizzano aiuti artificiali per compiere la scalata, come i chiodi, spit, staffe o gli skyhook.

Detto tutto o quasi quello che si poteva copiaincollare su questo sport, mi sento di aggiungere qualche appunto personale e meno “tecnico”.
Avvicinarsi al mondo dell’arrampicata sta diventando sempre più facile grazie alla nascita di numerose strutture che coprono quasi tutto il territorio, in Italia ed ovunque. L’approccio ormai avviene sotto forma di gioco nelle varie palestre, soprattutto perchè in queste vengono fatti corsi per bambini, a volte anche rivolti verso le scuole, mentre tempo fa ad attrarre gli aspiranti scalatori erano soltanto lo spirito d’avventura e la sfida verso la montagna e verso quelle pareti che sembravano inaccessibili. Oggi al contrario ci sono ragazzi che scalano solo in falesia o in palestra o praticano il bouldering senza affrontare mai la montagna e la maggior parte degli scalatori si concentra sulla difficoltà e sul grado da raggiungere.
Vengono così a mancare alcune delle parti più umane di questa disciplina, che sono la condivisione profonda di questa esperienza e l’affidamento totale della propria vita nelle mani del compagno di cordata, senza dimenticarsi del fascino di un’immersione in un ambiente naturale in nessun altro modo raggiungibile.
Personalmente posso dire di essere sempre stato attratto da questo sport, non tanto per le gesta dei grandi scalatori, ma più per una questione di attitudine e di meraviglia che si prova nell’andare sempre più in alto, di usare il corpo in un modo assolutamentente unico.
Fin da piccolo guardando le montagne, provavo il desiderio di ritrovarmici sulla cima, ancora di più se fare questo era (o pareva) assolutamente impossibile. Sarebbe stato come possedere un “superpotere” che nessun altro aveva. Realizzare l’impossibile e guardare giù, le altre persone ed il paesaggio da un punto di vista privilegiato… come un gigantesco trono su cui sedersi.
Poi con il passare degli anni ho imparato che le pareti si potevano scalare, e questo istinto di risalire era in qualche modo assecondabile, così decisi di iscrivermi in una palestra di roccia ed iniziare l’avventura.
Non ho avuto moltissime occasioni per scalare la “montagna”, quella vera, ma le volte che è capitato sono state magnifiche.
Sedersi sull’imbrago con il sedere a penzoloni su 2 o 300 metri di vuoto è una sensazione che ripaga di ogni fatica!
La concentrazione costante mentre si procede, il dovere interpretare la roccia per scegliere come affrontarla, i paesaggi, i pericoli, la paura, gli errori, diventano tutte storie appassionanti da raccontare perchè sono state vissute con l’intensità che certi momenti indimenticabili meritano.
Inoltre devo ringraziare il mio compagno di cordata Marco, con cui ho condiviso queste esperienze che, una volta compiute, creano dei legami di amicizia e di fiducia.
Ah, dimenticavo di parlare dell’arrivo, come ultima considerazione, alla cima. Quando ci si abbraccia con l’amico compagno di cordata, ci si toglie le scarpette e ci si siede a contemplare l’orizzonte meravigliati. Poi si toglie il pranzo ed il bere dagli zaini e si comincia a parlare della via appena conquistata. La sensazione in quei momenti, almeno per quanto mi riguarda, è di soddisfazione incredibile, e riempie a tal punto da scremare via tutto il futile ed i pensieri negativi, e mettere in rilievo quelle poche semplici ed essenziali cose che contano, o per cui valga la pena di vivere. Mi sento un po’ più evoluto. Migliore. Non degli altri chiaramente, migliore del me stesso di solo qualche ora prima.
Buona arrampicata.